
Scopriamo i dettagli sui dazi di Trump del 25% sulle auto straniere e il loro impatto sull'industria automobilistica globale
Donald Trump ha dato seguito a una delle sue promesse (o forse dovremmo chiamarle minacce) più discusse, annunciando l’introduzione di un dazi del 25% su tutte le automobili straniere importate negli USA, effettivi dalla mezzanotte americana del 3 aprile 2025. La misura, definita da Trump come un passo cruciale per “riportare la produzione e i posti di lavoro negli USA“, segna un’escalation senza precedenti a livello commerciale e rischia di ridisegnare (in meglio o in peggio lo scopriremo presto) il panorama dell’industria automobilistica.
CONSEGUENZE DAZI TRUMP: PREZZI ALLE STELLE E CATENE DI FORNITURA A RISCHIO
L’impatto dei dazi si preannuncia significativo. Secondo stime di Goldman Sachs, il costo medio di un’auto importata potrebbe aumentare tra i 5.000 e i 15.000 dollari, a seconda del modello, con ripercussioni dirette sui consumatori americani e sui produttori stranieri. Ma non si tratta solo di veicoli finiti: a partire dal 3 maggio, il 25% si applicherà anche a quasi 150 categorie di componenti auto, colpendo un valore annuo di importazioni pari a oltre 460 miliardi di dollari, come riportato da Reuters. Questo potrebbe tradursi in un aumento dei costi di manutenzione e assicurazione anche per chi già possiede un’auto, dato che molti ricambi provengono dall’estero.
Gli economisti avvertono che i dazi di Trump potrebbero innescare un effetto domino: inflazione persistente, rallentamento della crescita globale e rischio di recessione. Il precedente delle tariffe su acciaio e alluminio, già estese a 150 miliardi di dollari di prodotti, ha rallentato l’attività manifatturiera mondiale, e questa nuova mossa potrebbe amplificare il fenomeno.
DAZI AUTO: CHI È PIÙ COLPITO?
I Paesi più esposti sono quelli con una forte presenza nel mercato automobilistico statunitense. L’Unione Europea, con un export verso gli USA di circa 40 miliardi di euro, vedrà la Germania (-7,1% di export secondo Oxford Economics) e l’Italia (-6,6%) tra i più colpiti. Ma rischiano un duro colpo anche Giappone, Corea del Sud e Messico, che esporta il 70% della sua produzione auto verso gli USA: soprattutto l’industria automobilistica messicana, che genera 4 milioni di posti di lavoro, potrebbe subire una battuta d’arresto devastante.
Persino le case automobilistiche americane non sono del tutto immuni, sebbene i dazi siano stati introdotti per favorirle. Ford e General Motors, che importano una quota significativa dei loro veicoli dagli stabilimenti in Canada e Messico, vedranno i costi salire. Anche Tesla, pur assemblando negli USA, dipende per il 20-25% dei suoi componenti dall’estero, come ha sottolineato lo stesso Elon Musk. L’idea di un’auto “100% Made in USA”, promossa da Trump, si scontra con la realtà di una supply chain globale intrecciata.
LE REAZIONI AI DAZI DI TRUMP
Le case automobilistiche straniere stanno già correndo ai ripari. Toyota, Hyundai e Nissan, tra le più vulnerabili, potrebbero accelerare i piani per spostare parte della produzione negli Stati Uniti, evitando così i dazi. Tuttavia, costruire nuovi stabilimenti richiede anni e investimenti miliardari, un’opzione non immediata. Nel frattempo, alcune aziende potrebbero scegliere di assorbire parte dei costi, riducendo i margini di profitto, mentre altre trasferiranno l’aumento sui consumatori, rischiando di perdere quote di mercato a favore dei produttori americani.
L’Europa promette di non stare a guardare: Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione UE, ha dichiarato che l’UE è pronta a rispondere con contromisure se i negoziati con Washington falliranno. Anche il Canada potrebbe scendere a patti. Il Messico, invece, potrebbe puntare su una diversificazione dei mercati, ma la dipendenza dagli USA rende questa transizione complessa.
Trump ha definito il 2 aprile 2025 il “Liberation Day”, ma per molti analisti si tratta di un giorno che potrebbe segnare l’inizio di una nuova era di protezionismo e tensioni commerciali. Se da un lato i dazi potrebbero incentivare la produzione interna, dall’altro rischiano di isolare gli USA in un mercato globale interconnesso. Le case automobilistiche straniere, strette tra costi crescenti e ritorsioni, dovranno reinventarsi per sopravvivere. Per i consumatori americani, il sogno di un’auto economica rischia di svanire, sostituito da un conto più salato al concessionario. Ma a causa dell’effetto domino, la stessa sorte potrebbe toccare agli automobilisti europei.