
Al volante non tolleriamo gli altri utenti della strada. Lo stesso meccanismo si attiva quando da pedoni inveiamo contro un’auto. Cosa succede?
Troppo spesso, a seguito di un incidente, la prima frase che sentiamo è “non l’ho visto”. Ma è davvero così? Sembrerebbe impossibile, ma sì. Quel “non ti ho visto” non dipende solo dal mare di distrazioni che l’automobile moderna propone al conducente o al fatto che il cuore di un’automobilista batta così intensamente da attivare una risposta fuggi o lotta del sistema nervoso. Quel “non ti ho visto” nasce dal fatto che gli automobilisti percepiscono gli altri utenti della strada, in particolare biciclette e monopattini, come “non umani”, quindi come un qualcosa che non dovrebbe essere sulla strada. E questo fa sì che l’attenzione dell’automobilista non si concentri su “quel qualcosa” che si trova a fianco all’automobile.
CONDUCENTI AL VOLANTE: COLLERICI O EMPATICI ALLA GUIDA?
La capacità di mettersi nei panni degli altri è una qualità essenziale perché ci permette di prendere decisioni adeguate quando siamo al volante, ma anche da pedoni. A monte di questo funzionamento sta la capacità di leggere l’ambiente e di raccogliere gli elementi per interpretarlo e muoversi al suo interno in modo adeguato. Tenendo conto anche del fatto che quando si è in mezzo al traffico si è circondati da tanti “attori” diversi e per interagire e muoversi occorre saper decodificare le loro intenzioni. Si tratta di un processo del quale non siamo del tutto consapevoli, ma che mettiamo in atto ogni volta che, per esempio, dobbiamo attraversare una strada. Qual è l’elemento fondamentale di tutto questo complesso sistema? La capacità di interazione con gli altri. Quando vogliamo attraversare una strada, o superare un’altra automobile, siamo all’interno di un “dialogo”. Quello che decidiamo di fare assomiglia a quanto accade, similmente, quando, in un discorso, regoliamo i turni di parola. Pensiamo anche al ruolo dello sguardo in tutto questo. Ruolo che è stato studiato “mappando” il comportamento oculare di automobilisti e pedoni in azione per ricostruire il processo d’attenzione e la capacità di percezione delle possibili fonti di rischio.
AUTOMOBILI VS BICICLETTE: POSSO CONDIVIDERE LA STRADA?
Gli studiosi australiani hanno intervistato 563 automobilisti. Da queste interviste è emerso che gli automobilisti ritengono che i ciclisti non siano degli esseri umani ma dei semplici “intralci” sulla strada, allo stesso modo di un semaforo o di una rotonda. Ma questa non è una novità. Lo studio però sottolinea che la deumanizzazione del ciclista – da parte di chi guida un’auto – aumenta in due casi:
- Quando il ciclista è vestito in maniera sportiva. Quando sono state mostrate agli automobilisti delle foto di ciclisti differenti, la massima deumanizzazione veniva percepita quando questo indossava abiti in lycra. I ciclisti stradisti vengono infatti percepiti come meno umani dei ciclisti urbani;
- Se il ciclista indossa il casco. Il casco infatti tende a occultare il viso, gli occhi e la testa, che sono considerati inconsciamente come segni di umanità. Il fatto che il caschetto riduca la percezione di umanità del ciclista paradossalmente aumenta il rischio di investimento anziché ridurlo.
SICUREZZA STRADALE: COME PERCEPIAMO IL RISCHIO?
Nel valutare il rischio noi siamo inficiati da quelli che tecnicamente si definiscono “bias” (errori sistematici nella valutazione di fatti e avvenimenti). Uno particolarmente frequente e interessante nasce dalla necessità di evitare che la paura ci “congeli” nell’immobilità: in pratica, sebbene sia consapevole che qualcosa è pericoloso, ritengo che il “percepito” sia per me meno pericoloso che per la media dell’umanità. Peccato non sia vero. Quanto conta nella sicurezza alla guida poi l’animosità verso gli altri utenti della strada? È emerso che chi si trova in uno stato di collera adotta più facilmente comportamenti non sicuri, poiché la funzione della collera è, evolutivamente, proprio quella di aiutarci a “farci strada” tra gli ostacoli pur di raggiungere la meta. Secondo recenti studi, la collera al volante rende propensi non solo a una scarsa percezione del pericolo ma favorisce comportamenti aggressivi, violazioni e l’attribuzione di colpevolezza agli altri utenti della strada. Un consiglio finale allora? Essere coscienti dei bias e dei “pregiudizi” con cui ci si mette alla guida. Obiettivo che dovrebbe avere in primis la formazione alla sicurezza, rendendo gli utenti della strada coscienti del funzionamento proprio e altrui quando si muovono nel sistema strada.
Contributo a cura di Marianna Martini – Psicologa del Traffico